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Siciliani e Tunisia uniti da un filo che si chiama Mediterraneo

Padova – C’è un filo sottile che lega i siciliani alla Tunisia. Un filo di acqua che si chiama Mediterraneo che unisce due culture ad un ‘tiro di schioppo’, come diceva il poeta. Lo stesso filo che ancora oggi, come un secolo fa, attira personaggi politici e professionisti in pensione, come avviene da ultimo con una nutrita comunità italiana, nella terra riarsa dal sole quanto o forse più della Sicilia.

Un sole che induce alla lentezza che abbronza la pelle e che rifocilla gli abitanti di vita. Quel filo che unisce rappresenta la linea conduttrice trattata da Massimo Ferrara che ha realizzato una produzione sul tema dei  Siciliani di Tunisia che vivevano la Tunisia non come un paese straniero ma come parte integrante della Sicilia. Basti pensare che al tempo, da Siracusa a Palermo non bastava un giorno intero di viaggio, mentre la Tunisia si
raggiungeva in una sola notte. Quello che raccontano gli Italiani intervistati è la loro Tunisia, il loro paese natìo, la loro infanzia e le loro radici. A volte ancora increduli, ancora indignati, ancora arrabbiati dall’ingiustizia e dalla mala fede dalle quali sono stati vittime, hanno in comune un passato intenso, i ricordi delle comunità di allora e la cultura rimasta. Ci fanno entrare con fiducia nell’intimità delle loro vite, in quelle dei loro
genitori. Sfilano davanti ai nostri occhi affascinati ragazzi innamorati, famiglie terrificate dalla mafia, fuijtine notturne, fratelli che controllano le sorelle, partenze per l’America, contrabbando di zibbibo, pizzini nascosti,
genitori che rifiutano i propri figli… Ma ci fanno anche intravedere il più bello della natura umana: estati di sogno sulla spiaggia, solidarietà al di là dell’appartenenza nazionale. Dai loro racconti emerge una fortissima energia: cosi aperti al mondo e pronti a testimoniare senza lasciarsi distruggere dalla rabbia, dall’amarezza e
dal rimpianto. Sono i degni eredi di quei Siciliani coraggiosi partiti all’avventura per raggiungere la Tunisia. Ci sono anche personaggi di origine gelesi.

L’idea del progetto nasce dagli italo tunisini, Isabella La Bruna e Antonio Farruggia, l’ultima generazione che lasciò definitamente la Tunisia, a seguito della nazionalizzazione delle terre da parte di Bourghiba nel 1964.

Rispetto ad altri emigrati italiani in Tunisia che scelsero di nazionalizzarsi francesi, con tutti i vantaggi economici che ne conseguirono, questa indomita comunità volle rimanere italiana e per questo motivo, rimpatriati in Italia, non ebbero tutte quelle tutele che si aspettavano dalla madrepatria.

Il loro ritorno non fu da italiani, come avvenne con la comunità di italiani-libici, ma  vissero sulla loro pelle le discriminazioni sociali da ri-emigrati tunisini.

FINALITÀ del documentario:

Il progetto é quello di non far cadere nell’oblio la loro storia che per quanto complessa possa essere, non può e non deve essere racchiusa nella stereotipata etichetta che i siciliani partirono alla volta della Tunisia « per fame ».Le ragioni furono tante, ed ognuna merita rispetto.

A seguito di articoli comparsi nei circoli italo-tunisini, in cui si vuole rappresentava il siciliano migrato come un neo colonialista tipo alla francese per intenderci, o al contrario delinquenti fuggiti dalle patrie galere che trovarono ristoro in Tunisia, questo documentario si pone l’obiettivo di far vedere un altra verità, una comunità di agricoltori che con il sudore e con le generazioni seguenti divennero  proprietari terrieri.

Attualmente non esiste una ricerca scientifica italiana, quindi con documenti ufficiali italiani, che possa quantificare un numero reale della presenza italiana in terra di Tunisia. Le fonti che vengono citate sono frutto o di assiomi personali o di fonte francese, con i limiti ideologici che esso comporta.

Esiste una storiografia minore, quella legata ai ricordi famigliari, che rappresenta un mondo edulcorato, una società multiculturale e multireligiosa che vivevano in armonia fra loro. Quello che viene sempre ripetuto come esempio « eclatante » era la comunità di pescatori della La Goletta.

CENNI STORICI

Le fasi della emigrazione siciliana e italiana la possiamo storicamente suddividere in sei fasi:

1830: a seguito degli accordi raggiunti tra il regno di Sicilia, il regno di Napoli e il Bey, attraverso la mediazione degli inglesi con Lord Exmounth, iniziarono gli investimenti e deocalizzazione di aziende « italiane » in Tunisia nella produzione e conservazione di prodotti ittici e la conseguente emigrazione , prima stagionale e dopo stanziale di pescatori siciliani. 

Lo stesso accordo avvenne anche con il Granducato di Toscana e il regno Sabaudo.

La presenza di queste « braccia marinare» fu l’apripista per un’altra emigrazione quella dei  contadini, agevolata anche dal fatto che molti imprenditori videro l’opportunità di produrre in loco prodotti alimentari tipici per il consumo degli italiani. Primo fra tutti il vino.

1868– tassa sul macinato, crisi di occupazione dei braccianti stagionali  siciliani e pugliesi che emigrarono in Tunisia, agevolato anche dal fatto che molti latifondisti italiani acquistarono in quei luoghi terre vergini da coltivare a grano per poi rivenderlo in Italia in concorrenza con il grano russo e comunque ad un prezzo inferiore a quello prodotto in Italia.

1881– Protettorato francese – Sfruttamento razionale delle miniere, esigenza di minatori specializzati, creazione di infrastrutture. Prendiamo ad esempio La Società Anonima belga, la Vieille Montagne, con capitale anche italiano, ebbe in concessione dal Bey lo sfruttamento delle miniere tunisine. La stessa Società aveva in Italia (Sardegna, Lombardia ed in modo indiretto in Sicilia), altre concessioni minerarie. La sua presenza in Tunisia coincide con l’emigrazione di minatori sardi( si parla di 8.000 minatori in totale) e siciliani (provenienti dalle solfare).

1890- Speculazione edilizia a Tunisi – artigiani e manodopera non specializzata siciliana emigra.

Agevolata anche dal fatto che furono tanti gli appalti assegnati ad architetti italiani che preferirono la loro manodopera. Tra le opere importanti possiamo citare la Sinagoga di Tunisi, La gare des italiens,

1920– Inizio della vendita di parcelle delle proprietà latifondiste- nuova emigrazione di contadini siciliani.

1946- 56 speculazione edilizia e vendita di terreni, commercio agro alimentare. Emigrazione siciliana.

 

Nato a Gela nel 1966, si trasferisce a Padova per continuare gli studi universitari in Scienze Politiche.

In quegli anni frequenta un corso di recitazione della « Commedia dell’Arte » diretta dal maestro Gianni De Luigi.

Nel 2006 fonda la compagnia teatrale « Consolato degli Apolidi » insieme ai M°Roberto Scatolini e Paolo Polonio. In 10 anni di attività di teatro, musica e danza, portano in scena opere originali in dialetto siciliano: Assicutannu u ventu e Cantu lu cuntu ca cuntu (teatro jazz ) oltre a Quando i gatti facevano chicchirichì, Salvatore Giuliano Brigante o bandito, Chi conosce il vento conosce l’amore, oltre a numerosi concerti.

Dal 2013 segue un corso di formazione per sceneggiatura ed inizia dei corsi di cinematografia per scolari delle scuole elementari. Tra i cortometraggi realizzati Io ascolto, Ladri di merendina, Un tram chiamato gelosia.

Con Maccarruni – Siciliani di Tunisia, é il suo primo lungometraggio.

regia e soggetto: FERRARA MASSIMO

co-autori: ISABELLA LA BRUNA e ANTONIO FARRUGGIA

durata: 60 minuti

musica originali: ROBERTA CAULI e GIUSEPPE LAUDANNA

consulenza testi: ISABELLE CLEMENT E GIANNI PEZZANO

design: ENZO CALORE

interviste realizzate nel 2020 a Latina e Parigi

 

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