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Libertà e interdipendenza: la lezione di vita del Coronavirus

Ospitiamo ancora la specialista in lettere antiche, Roberta Dainotto, sul tema dell’isolamento che stiamo vivendo in queste settimane.

Sin dall’avvento delle prime forme di civiltà, l’uomo ha fondato la sua individualità sul concetto di libertà (motoria, di azione, decisionale, etc). Il termine è da ricondursi al latino libertas, a sua volta derivato da liber, parola che indica un uomo legalmente libero, contrario di servus, lo schiavo. Infatti, quello che è, oggi, considerato un diritto per antonomasia, quasi un dogma esistenziale, era, in tempi remoti, una determinazione di carattere natale o sociale. La radice semantica lib– accomuna questo lemma con altri, quali ad esempio libidine, libare: tutte parole indicanti forme di gradimento o piacere. Quindi, nel termine libertà, sono racchiuse le idee di condiscendenza e autodeterminazione. Il mondo moderno, un po’ per estensione logica, un po’ per attribuzione indebita e pigrizia concettuale, ci ha abituati a concepire la libertà come qualcosa in nostro possesso nel corredo genetico. O almeno, in linea generale, così si può dire nella realtà occidentale. Come conseguenza, l’uomo spesso interpreta la libertà come statuto imperturbabile e intoccabile. Questa propensione porta al generale diniego della sua volubilità o al riconoscimento del suo valore. Almeno finché essa non venga in qualche modo calpestata o negata.

Oggi l’Italia, insieme a molti altri Paesi, vive una condizione di costrizione individuale e sociale della libertà a causa di un fardello grave, quale il diffondersi del Co-Vid19, la cui esistenza stessa era fino a poco tempo fa ignota e mantiene, tuttora, oscurità nelle sue manifestazioni, rendendoci pressoché inermi. Questo virus sembra assumere la morfologia della globalizzazione. Con inarrestabile celerità ha abbattuto ogni frontiera, Stato, sovranità, religione, lingua. Si è diffuso incurante di gerarchie o confini, sbeffeggiando l’umanità. E al fine di contenere la sua diffusione e smaltire il flusso di contagi, con vari decreti ministeriali si è imposto un regime di isolamento. Una manovra dipinta come necessaria per edificare protezioni impermeabili. Una scelta greve, e con precedenti alieni alla memoria dei più, ponderata con l’auspicio di un decorso rapido.

La limitazione dell’individuo ad un ambiente chiuso può generare forme claustrofobiche mentali, specialmente in una società raramente abituata a respirare la stessa aria per giorni. Nella superficie poco stratificata del quotidiano, sembra che questi confini siano stati posti tra noi e il prossimo, costringendoci nelle nostre abitazioni, privandoci di contatti con l’esterno e con terzi, confinandoci nel nostro io, con una vita esperibile nel silenzio e nella restrizione a un microcosmo, al fine di evitare di contaminare il macro. Questo auto-isolamento finalizzato a una sterilizzazione ambientale non può essere frainteso con una forma di sopraffazione dell’ego che vuole allontanarsi e proteggersi dall’altro, in quanto l’altro è accomunato dalla stessa costrizione e condivide la medesima speranza. Piuttosto, esso indica una nuova forma di solidarietà espressa in vincoli lontani dal consueto e codificata in una fitta interdipendenza. Ciò impone un nuovo – per quanto momentaneo- paradigma esistenziale, e l’inserzione di una postilla semantica, ricordando che libertà non può riferirsi a una proprietà acquisita ma a un bene acquisibile, sperimentabile solo nel rispetto del prossimo. Il riconoscimento dell’esistenza e dell’importanza del terzo e della concatenazione vincolante nel sistema sociale sono concezioni estranee alla autoreferenzialità cui siamo abituati.

Ma per (ri-)appropriarci di questa consapevolezza ci voleva davvero il prezzo di migliaia di vittime e di un’esperienza tanto traumatica? Se fino a qualche settimana fa eravamo tutti convinti che l’io non dipendesse dall’altro, oggi il coronavirus ci dà una cruda lezione: nessuno può esistere se chiuso in sé, perché la libertà non è reale se non calibrata al prossimo, il quale è sempre presente, anche nella forma di mancanza o assenza. Questo insegnamento avviene attraverso l’atto necessario del ritiro dal mondo esterno, dal termine delle relazioni fisiche, e dalla ponderazione di quelle reali, talora coltivabili solo mediante supporti mediatici o centellinate manifestazioni sociali. L’isolamento non è, dunque, un sacrificio della libertà, ma un responsabile esercizio della stessa. Ciò implica che libertà non è anarchia intenzionale, e la reclusione, autonoma o forzata, è prevenzione autonoma e solidale per il prossimo che è un altro, indistinto e indistinguibile, io. In questa maniera, la bizzarra reclusione diventa esercizio di libertà accorata. Se anche gli statuti sono eterei e scoordinati, in questo surreale isolamento tutti siamo coordinati e connessi. E’ così che siamo veramente sociali e non, come l’etimo insegna, schiavi. E’ questo che dobbiamo portare con noi come eredità ultima di un capitolo la cui trama va senz’altro archiviata.

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