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Esclusivo. Nino Miceli parla della ‘copertura’ della scultura: “ho la sensazione che l’opera infastidisca”

L’apposizione di un chiosco, già rimosso nel passato e tornato redivivo grazie all’ennesima autorizzazione dell’amministrazione giusta, ha fatto indignare il donatore Nino Miceli che si è rivolto alla nostra redazione per comunicare il suo pensiero. Gliene siamo grati per averci preferito. Saremmo stati più contenti di riportare parole di condivisione e di speranza su eventi favorevoli per la città. E invece no. Polemiche che non ci saremmo mai aspettati. Perchè se davanti alla Gioconda si apponesse un panino imbottito, il mondo si indignerebbe. Gela non è il mondo ma coprire un dono, per di più, un’opera d’arte offerta da un cittadino illustre che ha sofferto per una città che lo ha fatto scappare, è ancora peggio.

 

Ecco il testo nella sua nota:

 

Storia di una scultura di cui non si sente la necessità di possederla”

“Scusate il disturbo, ma per quei gelesi (spero, non convinto, molti) che desiderano conoscere un pezzo di storia tragica di Gela sono a riesumare un cadavere, quello di un tizio chiamato all’anagrafe Nino Miceli.

Come certo saprete, la città di Gela è stata nei millenni trascorsi, conquistatrice e conquistata, è stata più volte distrutta e ricostruita. I gelesi furono anche protagonisti di una rivolta nei confronti di esponenti della nobiltà locale (1799) e si distinsero con gesti di valore durante la prima e la seconda guerra mondiale.

A cavallo degli anni 80\90 Gela è stata ancora una volta conquistata e ha subito il dominio di due soggetti esterni al vivere civile, la Mafia e la contrapposta Stidda. A qualche benpensante la parola “dominio” può apparire esagerata, ma in realtà non lo è, quello di Mafia e Stidda era ? ( lo è?)  un dominio sulla città, sulle sue attività commerciali che si sono state piegate allo strapotere mafioso, subendo in silenzio e pagando le mesate e le una tantum chiamate ‘pizzo’. Devo ricordare che i componenti dei due clan mafiosi erano così convinti di detenere il dominio sulla città che risposero all’operazione Bronx uccidendo in modo barbaro Gaetano Giordano che  aveva anche lui denunciato un esattore del pizzo.  Il defunto che vi scrive, non è un nativo di Gela, e se ha denunciato, assieme a (pochi ) gelesi non lo ha fatto per eroismo, non ne ha la vocazione, ma lo ha fatto per una questione di dignità nei confronti di se stesso,  perché la mattina ci guardiamo allo specchio e riflettendoci non ci si deve vergognare. Poi, il processo, le condanne, confermate dal vaglio della Suprema Corte di Cassazione e l’esilio del defunto, Nino Miceli e quando scrivo Nino Miceli, per favore, non dimentichiamo che con lui c’era un ragazzo di 14 anni e un altro di 17 oltre la moglie. Dopo la stesura del libro “Il Fu Nino Miceli” Tano Grasso mi disse che bisognava tornare a Gela, era necessario riappacificarsi con la città. Accolsi con piacere il suggerimento perché io credo che esista sempre, in qualsiasi circostanza, anche se sei stato esiliato,la necessità della riappacificazione. La presentazione del libro a Gela è stata una giornata di grandissima emozione, ma quello che più mi colpì fu l’aspetto diverso e colorato della città e il lavoro che la finalmente nata Associazione antiracket, dedicata a Gaetano Giordano, aveva fatto e continua a fare per risvegliare le coscienze civili di Gela. In quell’occasione, che non dimentichiamo, fu anche una passerella per la rielezione a sindaco della città di un noto fanfarone, vi fu la promessa della cittadinanza onoraria al defunto che avrebbe sancito la riappacificazione. Sono passati anni e nel suo peregrinare al servizio del Paese, Mario Mettifogo, colonnello dei Carabinieri, allora artefice di quella operazione di polizia e pulizia, fu trasferito ad Agrigento, come Comandante Provinciale. In occasione di un incontro in quella città, mi chiese se ero disponibile a incontrare una scolaresca a Gela. Felice di incontrare, come già tante volte fatto, scolaresche, risposi di si. E’ stata un incontro interessante, parlai anche della promessa non mantenuta dell’ex sindaco. Era presente un assessore del governo della città e alla fine chiese di intervenire dicendo che avrebbe portato all’attenzione del consiglio comunale e del sindaco Messinese questa mia lamentela.  Fui contattato dal portavoce del sindaco Dott. Salvatore Bartolotta, che ringrazio per la professionalità e la disponibilità che ha sempre avuto nei miei confronti e poi parlando con il sindaco Domenico Messinese che mi annunciava la delibera unanime del consiglio comunale espressi il desiderio di offrire un dono alla città per sancire l’avvenuta riconciliazione. Tra le varie opzioni, di comune accordo, si scelse l’opera del maestro Cumbo che, mi è stato detto, sarebbe stata collocata sul lungomare di Gela. Ognuno di noi è libero di interpretare l’opera del maestro Cumbo come più gli aggrada. Quello che io ci vedo è la lotta perenne tra bene e male che ha come sfondo il mare e il suo orizzonte. Meta cui aspirare con i nostri sogni e il nostro fare.

Le polemiche che periodicamente riguardano questa scultura, così come denunciato da Fabrizio Morello mi fanno riflettere e concludere che i doni se si accettano vanno rispettati, spesso si scrive anche il nome del donatore e cosa si vuole ricordare, nella fattispecie un periodo buio della città di Gela dal quale la stessa ha saputo uscire. Non so se è verità, ma ho la sensazione che l’opera infastidisca alcune coscienze perché è preferibile dimenticare piuttosto che fare autocritica.

Le statue, le targhe, la stessa denominazione delle vie, servono a ricordare, sono simboli che dovrebbero essere patrimonio comune al di là delle appartenenze politiche. Per capirlo bisogna essere saggi ? Non basta il buon senso e onestà intellettuale. Se questa scultura graffia la coscienza di qualcuno non la nasconda la depositi in un qualche anfratto e scordiamoci il passato”.

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