Cronaca

Procuratore: “in atto una sfida alle istituzioni”

Gela – La Procura presso il Tribunale di Gela ha voluto ripercorrere le azioni della rissa dell’8 ottobre, non tanto per descrivere ciò che è stato detto abbondantemente, quanto per indurre ad una riflessione sulle modalità in cui si sono svolti i fatti. “Quello che è accaduto è avvenuto alla presenza di 4 Carabinieri e due poliziotti – ha detto il Procuratore capo, Ferdinando Asaro – è un fatto di una gravità assoluta che macchia l’immagine della nostra città. I rissanti sapevano che c’erano i rappresentanti dello Stato eppure c’è stato chi è andato a prendere le armi per sparare alla presenza delle forze dell’ordine. Questo è un segnale che ci lascia attoniti e non promette nulla di buono. Un plauso va a chi con competenza e sprezzo del pericolo è riuscito ad immobilizzare ed assicurare alla giustizia in flagranza di reato dieci persone”.

intervista al comandante dei Carabinieri Colonnello Baldassarre Daidone

Lo Stato era là, l’8 ottobre con i quattro carabinieri e due poliziotti. E c’è stato alle 13 con il Comitato per l’Ordine e la sicurezza ed il Prefetto ma non c’è stata abbastanza indignazione in  tutti gli strati sociali. Questa è una sfida allo Stato”.

Il Procurato, nella descrizione dei fatti che riguardano la città, è partito dall’11 marzo, quando, in pieno lockdown, è stata sfondata la vetrina di una gioielleria in centro storico. “In questa città, si delinque e si delinque molto. Il trend è preoccupante. C’è un clima di diffusa insofferenza verso le regole in questo territorio. La comunità gelese di fronte a questi fatti è silente, né c’è una vigilanza adeguata al problema sociale. Nella relazione che ogni procura presenza alla direzione centrale abbiamo sottolineato che periodo che va dal 1 luglio 2019-30 giugno 2020 sono aumentati reati ambientali e contro la pubblica amministrazione, gli incendi e i reati in materia di armi e droga”.

La conferenza stampa  è stata presieduta anche dai rappresentanti provinciali dell’Arma dei carabinieri con il comandante provinciale Baldassare Daidone e il tenente colonnello Ivan Borracchia.

A Paolo Quinto Di Giacomo è stata riconosciuta l’aggravante della premeditazione in quanto è arrivato armato con l’intenzione di uccidere. L’inchiesta è stata coordinata dal sostituto procuratore Mario Calabrese.

 

“La professionalità dei rappresentanti dello Stato in quel preciso frangente – dice il tenente colonnello Borracchia – si è palesata, nessuno ha messo nani alle armi. Hanno immobilizzato i rissanti e li hanno assicurati alla giustizia. I parenti non hanno avuto nessuna attenzione per i carabiniere ferito. Hanno solo invito contro di noi per il matrimonio saltato”.

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